4 foto al mese: Marzo

Pubblicato: Martedì, 01 Aprile 2014 Scritto da administrator

Fabio Janin (scelta da Max Angeloni)


È stato riportato che se i gatti si estinguessero, il 90% dei fotografi rimarrebbe senza un soggetto da fotografare. E se anche i cani facessero la stessa fine, un altro 9% dei fotografi si troverebbe seriamente nei guai.
E allora perché ho scelto proprio una foto di un cane?
Perché non sono i gatti o i cani il problema. La vera disgrazia sono i fotografi che interpretano in maniera banale questi soggetti. Soggetti in realtà assai complessi da interpretare.
Non è perché un cane o un gatto ci trasmette dolcezza (o altre emozioni) possiamo giustificare uno scatto banale. Così come, se a quest’animale, ci lega un sentimento di affetto, dobbiamo forzare madre natura cercando a tutti i costi di “umanizzare” il nostro soggetto.
Io se fossi un cane o un gatto mi icaz… emm… mi arrabbierei moltissimo se  volessero umanizzare i miei comportamenti. Ma come… al mio padrone dicono che fotografa come un cane… e adesso mi dicono che ho un’espressione “umana”?
Probabilmente i cani… quando vogliono offendere un proprio simile gli diranno che abbaia come un…umano.
Tutto questo per dire che le regole della fotografia valgono qualsiasi sia la tipologia di scatto che vogliamo eseguire. È così come valgono le regole per il ritratto “umano”…alla pari esistono quelle per il ritratto “canino” o “felino”.
Punto di ripresa… attimo colto… scelta della focale… punto esatto di messa a fuoco… equilibrio delle aree messe a fuoco con quelle fuori fuoco. Sono tutti aspetti che ritrovo con piacere nello scatto di Fabio.
Questo scatto mi è piaciuto così tanto che non solo ho fatto un’eccezione nel scegliere una singola foto (e non un lavoro nel suo insieme) ma anche ho scelto un soggetto apparentemente banale. Ma soggetti “apparentemente” banali sono proprio quelli più difficili. Paesaggi, tramonti, bambini, gente per strada, gnocche svestite, cani e gatti sono proprio i soggetti più banali e ripetitivi. Questo perché nell’immaginario collettivo basta il “bel” soggetto a rendere dignitosa una fotografia.
Lo stato delle cose è ben differente.
È la nostra interpretazione del soggetto che fa la differenza.
È la nostra interpretazione che fa la differenza tra uno scatto banale e una gran bella foto come quella realizzata da Fabio.

Emanuele Minetti (scelta da Donato Chirulli)

Come sempre, operare una scelta secca (una singola foto sulle centinaia di un gruppo Facebook) non è affatto semplice. Generi diversi, qualità diverse, finalità diverse. C’è chi posta solo per gioco, chi prende seriamente la fotografia, chi è alle prime armi e chi, al contrario, è un esperto fotografo/a. Come fare allora? Forse, la miglior cosa è affidarsi all’istinto, alle sensazioni. Si scorrono le immagini finché non ce n’è qualcuna che ti induce a fermarti, a guardarla meglio, a riflettere. Poi, continui a guardare le altre, ti fermi ancora, e così via….. Ad un certo punto però, ce n’è sempre una che ti “costringe” a tornare indietro, a riguardarla una volta di più e, pian piano, le altre svaniscono dalla tua mente.
E’ proprio questo che è accaduto nella mia (di mente), con questa foto realizzata a Watamu  (Kenia) da Emanuele Minetti. Non è il “solito” ritratto esotico e/o pittoresco che gli appassionati fotografi (e fortunati viaggiatori) riportano più o meno sempre a casa dopo simili viaggi. E’ facile cadere nello stereotipo, nel già visto, nel banale. Se non proprio in un sottile atteggiamento un po’ razzista, che utilizza i paesi esotici come un serbatoio facile per fare begli scatti…”colorati”. Capita, capita anche a fotografi molto famosi…
Al contrario in questo caso, Emanuele ha realizzato un ritratto con una potente carica visiva, cogliendo l’attimo di un’espressione intensa e profonda e lo ha fatto con semplicità, naturalezza, senza elementi di auto-compiacimento, mostrando così una profonda sensibilità umana, oltre che una notevole capacità di saper cogliere (e rendere) istanti fotograficamente significativi. Ed ecco che lo sguardo che lo ha colpito, colpisce anche noi profondamente. Un perfetto esempio di fotografia che “racconta” ed assolve così alla sua funzione primaria. 
Dal punto di vista tecnico (molto buono lo stacco dei piani), mi permetto esclusivamente di suggerire di correggere la bruciatura delle luci sulla mano. Una foto come questa merita di non avere… difetti.

Eleonora De Gaetani (scelta da Daniele D'amato)



Nella sua drammaticità questa immagine è minimalista al punto giusto. Si vede l'ingresso del campo di sterminio di Birkenau in Polonia che insieme a quello più noto di Auschwitz e quello meno noto di Monowitz facevano parte del complesso principale nella Polonia invasa dalle truppe naziste. E oggi in quella entrata che sembra congelata nel tempo troviamo una famiglia di spalle che entra quasi allegramente a significare che tutto ciò che è stato rappresenta un lontano passato che tutti vorremmo dimenticare. Unico elemento colorato peraltro rispetto alla cornice ingrigita dal tempo meteorologico. Elementi naturali e artificiali in contrasto di curve e linee ma anche di significato con questa bella macchia di colore al centro del fotogramma che ci fa comprendere come non si possa dimenticare un simile evento. E' un caso poi che la famiglia entri quando sembra abbia appena finito di piovere, a rafforzare il bel tempo dopo un evento funesto. Inoltre si vede una sola famiglia che entra, non già quella specifica famiglia mamma-papà-e-due-figli, ma la famiglia tipo, unica e sola depositaria di questo ricordo che entrando sembra voglia esorcizzarlo. Personalmente avrei preferito un formato quadrato per meglio incorniciare queste forme e questo simbolismo, ma l'immagine è così carica di significati che possiamo tranquillamente soprassedere su tale sottigliezza. Complimenti a Eleonora De Gaetani per questo bel lavoro.

 

Mauro Raponi (scelta da Giorgio Rossi)


“Sembra un render” gli dicono osservando la foto.  Mauro risponde  (mi sembra di vedere un sorriso tra lo stupito e il sornione) : “Ma è un render...”  Ovviamente sta scherzando, è contento che sia stato colto il senso che aveva voluto conferire alla fotografia. Personalmente non amo più di tanto le fotografie che aspirano a essere altro. Una fotografia ha da essere “fotografica”.  Per di più nei soggetti di natura architettonica mi disturba vedere inquadrate persone. Inoltre mostra un picco di sovraesposizione. Quindi questa fotografia di Mauro Raponi avrebbe in se tutti gli elementi utili per non piacermi affatto. Invece mi piace, molto. Dietro lo scatto è evidentissimo un progetto assai preciso, nulla è per caso. La foto appartiene ad una piccola serie, perfettamente omogenea, l'intento è di raccontare la Stazione Tiburtina a Roma.
STAZIONE: Luogo di arrivo e di partenza di viaggiatori e merci, attrezzato con opportuni edifici e impianti per la fermata e la sosta dei mezzi di trasporto.
Vista dunque non solo e semplicemente come “scatola”, soggetto architettonico. Letta  anche per la sua funzione, l'essere luogo di arrivo e partenza, di transito, sosta, movimento. Il linguaggio  è quello dell'architetto. La rappresentazione è in stile autocad, l'inquadratura millimetrica. Il dorso della fotocamera è perfettamente parallelo al corpo principale dell'edifico. Dal corpo principale  si diramano ed emergono, talvolta estrusi, gli altri volumi.  La nuova stazione, è stata progettata dello studio romano ABDR Architetti Associati, con capogruppo Paolo Desideri, che conobbi alcuni anni or sono. Mi domando se Mauro abbia fatto vedere all'architetto Desideri le sue foto, sono convinto che gli piacerebbero. Per come me lo ricordo è persona assai disponibile.
Transeat, torniamo alla fotografia. Nella foto vagano qua e la degli “omini”, sembrano essere stati messi appositamente, disegnati, a dare misura e ragione allo spazio “disegnato”.
Colori delicati, l'ombra appena accennata del cavalcavia incombente. La stazione è inglobata nel tessuto urbano, non è certo una cattedrale nel deserto, un'astrazione. In altre foto della serie i palazzi circostanti si riflettono sulle superfici vetrate, troviamo riferimenti alla “città cantiere”, sempre in divenire, in perenne cambiamento. Senza alcuna concessione nelle inquadrature a certi diffusi  formalismi geometrici,  spesso segni privi di una autentica capacità/volontà di significare.