4 foto al mese: Maggio
Cecilia Monczar (scelta da Max Angeloni)

Come ho scritto più volte, nella mia scelta della foto (o delle foto) sono due gli aspetti che maggiormente influenzano il mio giudizio.
Il primo è quello più classico, ovvero guardo l’immagine e penso “caspita… l’avrei voluta fare io.
Il secondo è l’assenza (o quasi) della casualità come principale artefice di una bella foto.
Lo scatto di Cecilia è la perfetta sintesi di tutto questo. Sfido chiunque a non desiderare di possedere nel proprio portfolio questo scatto. Sfido chiunque ad affermare che, attimo colto, composizione, gestione dello scatto, utilizzo del bianco e nero non siano un palese indice che dietro alla macchina fotografica ci sia un fotografo (o fotografa) “cosciente”.
Da qui un piccolo consiglio per chi è alle prime armi.
Non puntate il mirino unicamente pensando ad un qualsiasi soggetto interessante (reale o presunto che sia). Ma guardatevi prima attorno in cerca della luce che possa rendere unico quel soggetto. La fotografia è la scrittura della luce. E Cecilia ha dimostrato con non servono giri di parole e acrobazie “dialettiche” (a vanvera) per esprimersi con le parole delle immagini.
La ricetta è sempre la stessa… idee chiare, padronanza della grammatica della fotografia, e sfruttare ala perfezione l’inchiostro che abbiamo a disposizione.
Sabina Murru (scelta da Donato Chirulli)

“Ho viaggiato per tutto il mondo per vedere fiumi e montagne e ho speso molto denaro. Ho percorso grandi distanze, ho visto ogni cosa, ma ho dimenticato di guardare fuori dalla mia casa una goccia di rugiada su un filo d’erba…”.
Spesso noi fotografi (appassionati, professionisti, Maestri riconosciuti) ci affanniamo alla ricerca di qualcosa eclatante, esotico, diverso, complicato, per scattare le nostre immagini ma, molto spesso il segreto delle cose sta nella semplicità e, come ci raccontano questi versi di Tagore, non è necessario andare lontano per fare una buona fotografia. Basta guardarci attentamente intorno e saper cogliere degli aspetti apparentemente banali, quasi non visti, se solo non filtrati attraverso l’oculare di una fotocamera. La magia della Fotografia è proprio questa: concentrare in un piccolo rettangolo sensibile, estraendole dal tutto, sensazioni, impressioni, ricordi.
C’è sempre un’opera di selezione, una scelta più o meno consapevole dietro quell’oculare. Non raccontiamo la verità ma raccontiamo qualcosa di parziale, che è a sua volta raccontato in modo parziale, soggettivo, a seconda di come siamo fatti dentro. Ho scelto come foto di questo mese l’immagine di Sabina Murru proprio perché esemplifica perfettamente questi concetti. Degli elementi metallici apparentemente “insignificanti”, estratti da un contesto più ampio, isolati e posti in relazione ai papiri sfocati dello sfondo creano un’immagine (penso volutamente girata in orizzontale dall’autrice..per rendere ancora più vaga ed indefinita la scena sullo sfondo stesso) suggestiva, evocativa di sensazioni interiori. I cromatismi e la luce fanno il resto.
Il tutto…con semplicità.
Paolo Luxardo (scelta da Daniele D'amato)

Una macchia di colori così ordinata e composta da sposare “in nuce” la seconda legge della termodinamica la cui entropia viene di fatto annullata istantaneamente, senza neanche bisogno di cambiare stato.
E così dev’essere avvenuto per questa bella immagine di Paolo Luxardo che presta il fianco a quest’ordine rigoroso comunque la si voglia guardare: orizzontale o verticale, ruotata di 180 gradi o meno, appare sempre ben composta e ordinata, con almeno sette colori pennellati sul rettangolo dell’inquadratura.
Paolo ho visto che non è nuovo alla ricerca di queste forme rigorose e minimaliste, proprio come piace a me che del minimalismo ne ho fatto uno stile. I colori poi danno un senso di rilassamento e nello stesso tempo tensione; fanno vibrare le corde giuste, al limite tra la pop-art accesa di Andy Warhol e il formalismo estremo di Piet Mondrian, così da creare un vortice di attenzione che fa indugiare lo sguardo oltre il tempo normalmente impiegato per digerire l’immagine.
Unica nota stonata, ma riconosco di avere la fissa per queste cose, è la firma inserita postuma nell’inquadratura. Ne avrei fatto volentieri a meno, riconoscendo sempre a Paolo i giusti credits.
Giulio Limongelli (scelta da Giorgio Rossi)

Senza titolo questa foto di Giulio Limongelli.
A richiesta specifica. Vivai di cozze, Sistiana, golfo di Trieste.
Sullo sfondo proteso verso il mare, il Castello d Miramare. Avrei potuto sceglierne un'altra diversa. Giulio è da moltissimi anni professionista ad ampio raggio.
Ha collaborato a riviste importanti, ha fatto fotografia pubblicitaria, dépliant, matrimoni, still life alimentari col banco ottico e molto altro. E' un ottimo tecnico, ha girato il mondo in parte per suo conto ma anche stampando le foto di clienti. 300.000 all'anno per i 15 anni più floridi dei trenta di attività, per i seguenti 15 anni una media di 150.00 l'anno. È Il classico esempio di professionista Artigiano. Di quell'artigianato che ha origini forse nel medioevo, quando voleva dire possedere l'arte, essere capaci di seguire la propria produzione dal momento dell'ideazione sino all'oggetto finito. Ha iniziato molti anni or sono con l'analogico e prosegue oggi col digitale. Gianni Berengo Gardin distingue tra fotografia bella e fotografia buona. questa fotografia di Giulio ( come del resto moltissime delle sue) è non solo bella, volta ad appagare un desiderio personale e condiviso di espressione artistica, ma anche buona, utile a qualcosa. Sono tempi neri per questo genere ormai forse sparuto di artigiani, risentono tutti più o meno della crisi epocale che sta radicalmente cambiando il nostro antico mondo. Giulio continua a fotografare, ad essere artigiano. Con amore, dedizione, tenacia e disincanto, che si susseguono come le onde lente del mare verso sera, che le ritrovi uguali la mattina dopo. Dunque questa fotografia, che mi piace molto ma per la quale stento a trovare parole. Basterebbe dire bella, buona. Eh si perché molte foto, specie se lontane dalla perfezione è sin troppo facile parlare. Trovar difetti tecnici, errori di rappresentazione, vuoti di comunicazione. Non amo scendere a interpretare una foto a dire quello che mi smuove dentro sono fatti miei. A livello di rappresentazione è un paesaggio che non segue scontate regole di composizione.
Qui la regola dei terzi non vale. L'occhio segue percorsi percettivi, scandaglia l'immagine percorrendola e ripercorrendola. Cercando un punto di partenza e un punto d'arrivo. Parte da quei filari neri di cozze coltivate, in primo piano. Si ferma un attimo ad osservare una barca di pescatori. Prosegue per arrivare, seguendo il percorso dei filari, al Castello di Miramare, per poi prendere il largo verso l'acqua immobile, vuota, del Golfo di Trieste. Sino a perdersi dove la costa s'incontra col cielo, all'infinito. L'atmosfera è quella sospesa nel tempo, quasi monocromatica, del tramonto. Non il classico tramonto infuocato che genera un ohh!!! in chi ama le cartoline. Un'atmosfera fredda, umida, palpabile, che avvolge ogni cosa e ti entra dentro. L'atmosfera di quel giorno a quell'ora , in quel luogo. I dati tecnici: Olympus E400 obiettivo 40-150mm Olympus a 150mm, scatto a mano libera.
Mi soffermo non a caso su questi dati. Il 150mm nel formato 4/3 equivale a un 300mm, un tele assai forte che causa una notevole compressione dei piani prospettici. La composizione rende una immagine molto naturale nei piani, come se fosse stata scattata da un normale o da un 35mm, le ottiche più vicine al nostro campo visivo. Anno 2007, sono passati 7 anni, penso sia valida come nel momento nel quale è stata scattata, forse di più. Con il rapidissimo avanzamento tecnologico dell'era digitale, con la sempre crescente ubriacatura di foto virtuali, 7 anni sono un'enormità.
